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L_Antonio
Odio gli indifferenti


Gli Ultimi


10 luglio 2014

Gli sfigati e gli esseri ammiccanti

C’è chi ha scritto su fb che la parola ‘rosiconi’ non basterebbe più, mentre la parola giusta sarebbe #sfigati” (con tanto di hastag). Il riferimento è a quelli che restano all’opposizione di Renzi in modo strenuo, nonostante circolino numerosissimi carri stracolmi di renziani dalla prima alla 24° ora (compresa quella legale). Sfigati insomma, tutta gente che non capisce dove fischia il vento e che si contenta di giocare la sua partitina da disagiato ed emarginato della politica, invece di cogliere la mela dei tempi nuovi e divorarla con un morso solo. Gente magari in malafede, armata di pregiudizi; sabotatori, che mettono sabbia negli ingranaggi. Eccoli gli #sfigati. Una volta avremmo detto, più rispettosamente, dissidenti, oppositori, voci fuori dal coro, opinioni comunque preziose vista la necessità di capire, anche a contrasto, senso e valore delle idee temporaneamente vincenti. Nessuno, per capirci, definì ‘sfigati’ gli oppositori del manifesto: si fece di peggio e di ancor più sbagliato, certo, li si cacciò dal PCI, ma c’era più rispetto e più dignità in quel gesto drammatico che nel definire sfigati chi non si adegua, magari ammiccando al vicino di carro, come a dire: sono proprio degli stupidotti, non capiscono nemmeno quale sia la direzione giusta del vento, questi non vinceranno mai niente. Niente! Certo, qualche ‘sfigato’ è stato cacciato, e accompagnato alla porta della Commissione parlamentare, ma nella mente del capo non si trattava di un vero dissidente, era solo uno ‘sfigato’, uno superato dalla novità dei tempi e sorpassato dai carri, intento a combattere coi mulini a vento. Un perdente, insomma, uno che non capisce. Uno lento. Uno che va scansato da lì alla prima parola di troppo.

Cari sfigati (rosiconi, perdenti, frenatori, sabotatori: fate voi.) non abbiate timore di esserlo. La grande politica si fa pure con le vostre idee, grazie a esse, con le sfumature che portate in dote, con i dubbi, le critiche, le perplessità che vi lasciano inquieti, e solo un maldestro condottiero e maldestri pretoriani della politica possono pensare che un esercito è più forte se solido come marmo. In realtà, diceva Mao, è proprio il tronco all’apparenza più resistente a spezzarsi dinanzi a un vento impetuoso, mentre le canne cedono al primo soffio ma tornano al loro posto quando la ventata è cessata. Datemi retta. Vedrete i solidi e rigidi carri dei vincitori sbandare alla prima curva e alla prima raffica vera. Vedrete gli occupanti dei carri scendere alla immediata ricerca di nuovi trabiccoli. I più antirenziani saranno proprio quelli che Renzi lo hanno portato in braccio (magari dopo aver votato per altri alle primarie e aver cancellato i post e i commenti più compromettenti) per poi scaraventarlo giù dal dirupo alle prime avvisaglie di sconfitta, come un altro sfigato qualsiasi. Perché questo distingue gli sfigati dai vincenti: i primi combattono le loro battaglie in modo lineare e trasparente, senza timore della sconfitta, mettendola persino nel conto, senza drammi. I secondi no, i secondo debbono essere SEMPRE vincenti, mai rosicare, mai seguire a piedi, seppur orgogliosamente, i trionfatori a quattro ruote. Perché i vincenti devono essere sempre vincenti, a tutte le condizioni e latitudini possibili. E passano poi a sdegnare gli sconfitti. Ne ho visti molti così: gente che ha traversato l’intero arco dello scibile politico, acrobati cinici, estrosi saltimbanchi che alla parola ‘valore’ saltano spauriti e si guardano dietro timorosi, nel timore di esserne assaliti. Gente che mi ha sempre guardato dall’alto della sua ‘vittoriosità’ qualunque fosse la battaglia sostenuta, qualunque fossero le idee in campo, qualunque lo schieramento. Sempre vincenti, quasi pregiudizialmente. A priori, direbbe Kant. Ebbene, messa così, non vi sembrano proprio questi antiromantici della politica, questi attori disincantati della loro stessa medesima commedia, questi esseri ammiccanti (direbbe Nietzsche) i veri sfigati? Io dico di sì.


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permalink | inviato da L_Antonio il 10/7/2014 alle 15:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


20 maggio 2010

Volontà di potenza on line

Verrebbe da piangere, ma non ne vale la pena. Nessuno di loro è ancora il leader del PD (nonostante il sondaggio dell’Espresso) ma già s’accapigliano quasi fossero dei Lenin, dei Turati, dei Roosvelt. Fa bene il Post a riassumere adeguatamente le schermaglie della vicenda, ma francamente avrei riservato le mie energie ad altro. La vicenda insegna che i sondaggi on line lasciano il tempo che trovano e molto dipende da come vengono “impiantati”. Insegna pure che la politica oggi sta divenendo un giochino al quale possono partecipare tutti, ma proprio tutti, aspirando d’amblais addirittura alla poltrona di leader del maggior partito di opposizione senza passare per il “via!”. Sarebbe come decidere di affidare la Roma o l’Inter a un coach scelto tra quelli che hanno spedito la quantità giusta di punti dei formaggino. Tempo fa, come ricorda il Post, ci furono sondaggi che indicarono nella Serracchiani la nuova pasionaria , o in Civati il prossimo leader democratico. Trattenete il respiro, fate il vuoto attorno e pensateci bene. Dico: vi rendete conto?

Sarà pure una fandonia, come dice Simoni, ma io sono dell’idea che serva lottare per farsi largo: anzi, questa lotta è proprio l’esame più importante di tutti. E ritengo sbagliato pensare che tutto sia dovuto, per una sorta di dono o eredità generazionale. I migliori debbono prevalere in quanto davvero si tratta dei migliori sul campo, e non nei sondaggi on line. La selezione deve avvenire al di fuori dell’Università, e si deve concretizzare nella vita reale, tra le persone, a confronto con i problemi quotidiani. Il blog e la comunicazione-politica sono terribili (e inutili) scorciatoie. Un dirigente politico deve essere in primo luogo una persona come le altre, e poi offrire il proprio contributo alla corretta amministrazione della polis. Deve possedere idee efficaci e deve mettersi coraggiosamente alla prova (la politica è coraggio, non è un esercizio spirituale). Ho conosciuto ottimi quadri sindacali e politici con appena la terza media in tasca, magari faticosamente conquistata nelle scuole serali, grazie alle vecchie 150 ore. Non è retorica. È così. La presunta distanza tra la politica e la società non è dettata dall’esistenza della cosiddetta casta (il capitalismo esprime strutturalmente un modello sociale fatto di caste e di privilegi), ma dall’incapacità di mettere a fuoco le condizioni reali di vita delle persone e i loro problemi, anche umili. La politica nasce per questo, non per esaltare una specie di volontà di potenza on line.

Non ignoro il peso della riproduzione sociale. Mio padre e mia madre era operai tessili, si sono conosciuti in fabbrica. Nasco e vivo in una borgata. Conosco il gap insuperabile che si spalanca davanti a uno come me. Ci vogliono due o tre generazioni per fare il salto (e spesso solo un "saltino"). Nonostante ciò evito di ricorrere a spiegazioni sociologiche o generazionali per giustificare i miei fallimenti e le mie sconfitte. Dico solo che la tenacia e l’intelligenza vincono sempre (o ci vanno molto vicini). Il parricidio, in senso simbolico, è la vera forca caudina per tutti. E nessun padre si è mai suicidato: tanto meno lo faranno un giorno i giovani attuali, ci potete giurare.

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